No Patterns, No Party! Oppure Sì?

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Il concetto di pattern come strumento di apprendimento e sviluppo del linguaggio musicale è spesso stato lo sfondo di accese polemiche tra chi ritiene che usare patterns sia la  strada che porta, prima o poi, a suonare, e chi non esiterebbe invece a mandarli al rogo insieme a chi li pratica, sostenendo che la musica improvvisata, proprio perché tale, non possa essere soggetta a condizionamenti e vincoli pregressi ma deve crearsi liberamente, ad ogni istante, nella mente dell’esecutore come una continua, e sempre nuova, composizione personale  ed istantanea.

Una delle critiche più frequenti mosse dagli incendiari è che l’uso di patterns dà luogo ad una improvvisazione priva di personalità, prevedibile e finta. Per questi la strada è quella di trovare dentro sé stessi le frasi da suonare in una improvvisazione ed esercitarsi affinché lo spazio temporale tra il momento in cui si sente qualcosa nella testa e il momento in cui questa cosa viene portata sullo strumento (o, nel caso, cantata) sia nullo, di modo che essi riescano a riprodurre istantaneamente ciò che passa loro in mente. Solo in questo modo, dicono, si riesce ad esprimere realmente sé stessi e non si diventa una copia di qualcun altro. Nei casi più estremi queste persone, che intanto si risparmiano la noiosa fatica dell’esercizio, hanno il timore anche solo di leggere un pattern, per non essere infettati  dallo stile musicale altrui: “Se studi i patterns di Coltrane, finirai per suonare come lui!”  (Beh, magari…).

Per contro i mistici, che ripetono e usano pedissequamente i patterns nelle loro improvvisazioni, hanno forse il timore di non avere niente di originale da dire e quindi preferiscono rifarsi a ciò che è stato detto da altri, andando così sul sicuro  e risparmiandosi inoltre la grossa fatica che implica lo sforzo di ascoltarsi  e tradursi  sullo strumento. La critica di queste persone verso chi non userebbe un pattern nemmeno con una pistola puntata alla tempia è che è impossibile non tener conto del linguaggio per esprimersi e, in un modo o nell’altro, in una improvvisazione siamo comunque condizionati dalle strutture linguistiche. La purezza e l’originalità tanto ricercata dagli incendiari è per loro quindi solo una chimera.

Chi ha ragione?

Il punto è che entrambi gli approcci sono estremi e cercano di risparmiarsi le fatiche dell’altro. Ognuno ha dei punti di debolezza che sostengono, a ragione, le critiche dell’altro in un circolo filosofico senza fine e, soprattutto, senza musica.

Se da un lato è vero che suonare esclusivamente per pattern porta ad esecuzioni scontate e prive di spontaneità, come un noioso discorso fatto interamente di luoghi comuni o citazioni, dall’alto è altrettanto vero che non è possibile esprimersi correttamente in un linguaggio senza avere a priori  una conoscenza delle sue regole, pena un discorso ermetico che  capisce, forse, solo chi lo fa.

Del resto tutti noi abbiamo già usato dei patterns in altri contesti della nostra vita, anche se forse non lo ricordiamo o non ne siamo coscienti. Ad esempio quando abbiamo imparato a parlare. Le nostre prime parole e, dopo, i primi discorsi, erano patterns, che apprendevamo dai genitori e dal mondo circostante. Non per questo siamo però finiti ad essere persone che non esprimono dei punti di vista propri e a volte originali sulle questioni. Lo scopo dello studio dei patterns è proprio questo: trovare ed acquisire delle formule di linguaggio che funzionano e dopo rielaborarle, più o meno coscientemente, in base al nostro personale pensiero. Proprio come fanno i bambini, sforzandosi  di capire la struttura delle frasi e il modo di usarle per adattarle, creandone di nuove, in base alle esigenze che sentono  d’avere in un dato momento.

Inizialmente questo processo ha richiesto degli sforzi e numerosi errori, che sono passati per fraintendimenti e correzioni, ma adesso riusciamo ad esprimerci e farci capire in maniera istantanea, formulando la frase prima ancora che questa si concluda nella nostra testa.

Quindi? Patterns o No Patterns?

Un pattern è uno strumento utilissimo e in qualche modo imprescindibile per apprendere un linguaggio e iniziare a costruire un vocabolario personale e da personalizzare. Ecco, la chiave che consente di sciogliere il dubbio è proprio la personalizzazione.

Se un pattern viene usato così com’è, senza comprenderne il significato e senza usare questo significato per elaborare nuovi modi per esprimersi, allora sì, probabilmente un software sarebbe capace di fare lo stesso meccanicamente incollando vari pezzi tra loro, ma con risultati non proprio gradevoli dal punto di vista del significato e della comunicazione personale. Se un pattern diventa invece lo strumento d’accesso alle regole che governano il linguaggio, permettendo di capirle e di elaborare nuove frasi per esprimere gli stessi o diversi concetti, allora ci staremo incamminando verso una vera acquisizione del linguaggio.

Riprendendo l’esempio di un bambino, quando questo comprende il significato della frase “voglio l’acqua” e non solo impara a ripeterla meccanicamente, dentro di lui si saranno aperte le porte per esprimere qualsiasi altra richiesta come “voglio il pupazzo” oppure “ho fame”, tre modi diversi, ma connessi per esprimere la stessa volontà rispetto a una necessità.

In quest’articolo abbiamo toccato solo superficialmente l’argomento, ci sarebbe da scrivere interi libri, e sicuramente ce ne sono. La speranza è quella di aver contribuito a portare alla coscienza la complessità di un problema che spesso viene, troppo superficialmente, liquidato con una scelta sommaria o inconsapevole.

E tu, cosa ne pensi? In che modo usi i patterns nel tuo studio?

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