Perché non dovresti mai suonare gratis?

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Immaginiamo che insieme al tuo gruppo hai deciso di organizzare un concerto a casa tua, state discutendo  i dettagli della cosa e a un certo punto la questione cade sul cibo. Perché sarebbe il massimo che gli spettatori riempiano anche la loro pancia oltre al loro cuore ascoltando la vostra musica.

Ti viene in mente un buon ristorante aperto da poco, ci sei stato proprio qualche giorno fa, la loro cucina era davvero ottima e quel vino ancora lo ricordi, quindi decidete di contattare il locale e chiedere circa la disponibilità di partecipare a questo evento portando i loro piatti e il loro vino migliore.

Dall’altra parte del telefono al proprietario non sembra vero di avere questa possibilità, felicissimo accetta all’istante e dopo aver discusso dell’organizzazione parte verso il lato economico, tu lo fermi e gli dici:

Allora, per quanto riguarda il pagamento, avevamo pensato di non spendere un euro per questa cosa, al massimo potremmo pensare di mettere un barattolo dove le persone possono versare una quota a piacere per la cena. Considera però che a noi serve gente ai nostri concerti, quindi questa cosa è fattibile se tu riesci a portare da parte tua almeno 10 persone, poi magari se ne porti tipo 20 o di più noi ti possiamo anche riconoscere una parte dell’incasso per il concerto ovviamente! Abbiamo intenzione di ripetere con una certa frequenza questo evento e se la cosa funziona tu otterrai una buona visibilità per la tua attività.

Dopo queste tue parole il proprietario va letteralmente in delirio, conclude l’affare ringraziandoti per l’opportunità concessagli e inizia ad invitare tutti i suoi amici al concerto.

Pensi ci sia qualcosa che non va in questa storia? Beh, ti assicuro che non sei l’unico. Nel mondo reale dopo aver fatto quella proposta al proprietario del ristorante, o questo si sarebbe fatto una grassa risata pensando che fosse uno scherzo oppure si sarebbe sentito così offeso da sbatterti il telefono in faccia, e con tutte le ragioni direi. Ma allora, perché tu invece fai esattamente la stessa cosa quando vai a suonare? Perché accetti di fare i tuoi concerti per poco o nulla? Per quale motivo ti disprezzi così tanto da permettere ad altri di guadagnare sul tuo lavoro senza trarne profitto? Come musicisti abbiamo bisogno di iniziare finalmente a sostenere e dar valore alla nostra professione e fare in modo che questa venga riconosciuta e rispettata.

Suonando per pochi soldi o addirittura gratis in un locale (a meno che non lo si faccia per una causa) stai incidendo negativamente su numerosi aspetti, molto più generali, profondi e lontani da te di quanto potresti immaginare. Leggiamone solo alcuni.

Svalutazione della figura del musicista

Ti è mai capitato che la domanda successiva a “Di cosa ti occupi nella vita?” fosse “Ah bello… Ok e poi?” dopo aver risposto che fai il musicista? Come se l’essere un musicista sia un passatempo come il giardinaggio o l’uncinetto (con tutto il rispetto per queste attività).

Quando suoni gratis ai concerti stai rafforzando proprio quel messaggio, stai contribuendo a sostenere l’idea, errata ma purtroppo diffusa, che essere un musicista non sia null’altro che un sogno adolescenziale o qualcosa che si fa con leggerezza per passare il tempo e divertirsi.

Ti sei mai chiesto perché siamo uno dei pochi paesi in Europa e nel mondo dove non esiste la figura professionale del musicista? Non è giusto che il tuo lavoro e il tempo passato a studiare diventino profitto economico per qualcun altro e non per te, tu meriti come tutti gli altri.

Svalutazione personale

L’Arte è ciò che da sempre ha guidato i cambiamenti, umani e sociali e tu hai fatto la scelta di farne parte. Hai scelto di dare un servizio e un contributo, per quanto piccolo o grande possa essere, alla tua comunità. Tuttavia non ci sono più le corti o i Re come a un tempo e tu devi poter sopravvivere come chiunque altro.

Una perfomance musicale non è limitata solo a quel paio d’ore di musica davanti ad un pubblico su un palco. Le note che stai suonando sono la punta di un iceberg fatto di ore e ore di duro lavoro fisico e mentale, di soldi spesi, in lezioni e strumenti, per arrivare al punto in cui ti trovi, delle devastanti frustrazioni e disillusioni che hai dovuto patire, dei sacrifici di tempo e d’affetto che hai operato negli anni. Non lasciare che tutto questo vada in fumo facendo arricchire altre persone sul tuo tempo e i tuoi sforzi, è una mancanza di rispetto enorme nei tuoi confronti e in quelli di chi ti sta intorno e ti ama.

Non sei ancora convinto? Restiamo allora più sul concreto e consideriamo il tempo e lo sforzo effettivo speso per un concerto. Perché non bisogna considerare questi fattori solo limitatamente all’attività del suonare. Per arrivare nel luogo del concerto hai dovuto preparare e trasportare gli strumenti, usare dei mezzi di trasporto e in qualche modo pagarli, hai passato del tempo per il viaggio e lo stesso accade al ritorno quando, stanco e provato devi smontare tutto, metterti in auto e portare gli strumenti a casa. Senza fare troppi calcoli è verosimile pensare che due ore di concerto sul palco corrispondono in realtà a sei ore di lavoro giornaliero, davvero pensi che il tuo tempo e i tuoi sforzi valgano così poco da giustificare il fatto di suonare gratis?

Vogliamo poi parlare di quei sedicenti uomini d’affari che gestiscono i locali e che, senza preavviso, una volta sul posto ti dicono: “Hey ragazzi, purtroppo stasera non c’è molta gente, non se ne fa niente sapete com’è, mi spiace, tornate a casa poi magari ci risentiamo”? Pretendi di essere pagato, anche in queste circostanze, pretendi che venga riconosciuto il tuo valore, il tuo tempo e il tuo sforzo, sempre. Smettila con questa faccenda del suonare gratis.

Danno all’economia musicale (e ai musicisti)

Forse dopo aver letto fino a questo punto stai pensando qualcosa del tipo: “Va bene, ma io alla fine non sono un musicista professionista, ho un lavoro ben pagato ma mi piace suonare, qual è il problema se lo faccio gratis?”. Bene, basti allora pensare che suonando gratis si sta facendo un danno all’economia musicale e a tutti quei musicisti che non hanno altro lavoro se non quello di suonare.

Uno dei principali problemi che i musicisti professionisti si trovano oggi ad affrontare è rappresentato dal fatto che buona parte dei gestori dei locali non vorrebbe pagare i musicisti e i restanti propongono paghe così basse da rasentare l’insulto o l’umiliazione. La crisi economica degli ultimi anni ha sicuramente giocato una parte in questa situazione, ma ciò che l’ha creata e la tiene in piedi sono i musicisti che costantemente si svendono. I proprietari dei locali sono stati indotti a pensare che non è necessario pagare un musicista, tanto qualcuno che suona gratis o a prezzi stracciati lo si trova sempre. Tra i colpevoli di questo andazzo ci sono paradossalmente i giovani studenti che per smania di esibizione, voglia di suonare o per far carriera quasi pagherebbero per salire su un palco e gli hobbisti interessati solo a suonare. Dovrebbe apparire chiaro il come questo comportamento inoltre svaluta e offende la professione.

Sia i musicisti professionisti sia chi suona per hobby dovrebbero unirsi per iniziare a riscattare i loro sforzi, rispettare la musica e chiedere di essere pagati per una qualsiasi esibizione. Riabilitare la figura del musicista e ritornare a costruire un’economia musicale potente come lo era un tempo è un atto dovuto, a noi stessi in quanto esseri umani, alle future generazioni di musicisti e al futuro della musica e al suo valore in generale.

E tu, come affronteresti la questione? Usa la sezione dei commenti più giù nella pagina per dare il tuo contributo.

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14 Commenti

  1. Leo Ravera ha detto:

    Condivido in pieno questo articolo. Mi sono permesso di linkarlo sul mio blog, qualche mese fa ho infatti scritto una riflessione scherzosa che ha contenuto simile: http://www.leoravera.it/2016/02/09/la-musica-e-un-lavoro/
    Purtroppo tutti i lavori artistici, e temo anche una parte dei nuovi “lavori digitali”, patiscono una costante svalutazione. Questo articolo va in direzione opposta. Bravi!

    1. Jazzpaths Staff ha detto:

      Ciao Leo, grazie per l’apprezzamento all’articolo e al link che hai posto sul tuo blog, abbiamo letto a nostra volta e con piacere il tuo, ben scritto e divertente.
      Ci sono diversi altri articoli su questioni affini a quella presentata, crediamo sia di vitale importanza porre l’accento su questi problemi se non altro per la possibilità di smuovere la coscienza di tutte le parti in gioco, con l’augurio che qualche idea possa nascere per un serio cambiamento.

    1. Jazzpaths Staff ha detto:

      Ciao Lorenzo, grazie per la condivisione e l’apprezzamento degli articoli. Ci auguriamo vivamente che l’ironia incontri più interesse e spinga maggiormente all’azione di un brutale quanto inutile alzare la voce. Questo sempre e non solo per i nostri articoli.

  2. Boo ha detto:

    Sì, ma tanto non frega più a nessuno dei musicisti, prendono i DJ.

    1. Jazzpaths Staff ha detto:

      In effetti in diversi locali spesso è presente un DJ ma, fortunatamente per noi, non in tutti. E dicendo ciò naturalmnte non si intende mancare di rispetto alla musica da DJ, che è una forma musicale che potremmo forse dire teconologica, ma è pur sempre musica dal vivo in un certo senso.
      Sicuramente in questa scelta, da parte dei gestoti dei locali, rientra l’aspetto economico: per loro è evidentemente più conveniente pagare una persona piuttosto che un gruppo di persone. Tuttavia non si può negare che questo genere di spettacolo abbia un suo seguito e porti gente nei locali. Allora sarebbe forse più opportuno chiedersi perché il pubblico preferisce, apparentemente, ascoltare un DJ piuttosto che un gruppo live (qualunque sia il genere suonato da questo).

  3. Giulio ha detto:

    I soliti luoghi comuni…

    Beh i musicisti professionisti sono sempre pagati… non ho mai sentito dire di un Maurizio Solieri o un Luca Colombo che non siano stati pagati dalle rispettive produzioni per il loro servizio di musicista.

    Il gruppetto emergente o amatoriale che suona al ristorante e che non crea alcun tipo di business né per sé né al locale, non può certo pretendere di essere pagato… però se ciò avviene, tanto di meglio ma non può essere considerato “normale”. Dovrebbe cogliere questa occasione come un’opportunità gratuita per dar visibilità al proprio progetto discografico più che a difendere i diritti del musicista professionista… non ho mai visto una startup, per esempio, partecipare ad una fiera del settore gratuitamente e magari pretendere di essere persino pagata per aver partecipato…

    Ma si sa, la gran parte delle band che andiamo a vedere sono mediocri, nessuno acquisterebbe mai un loro cd, spesso mal prodotto e poco accattivante, per cui i musicisti tendono a rifarsi sul gestore del locale per la prestazione artistica data.

    Si è innescato questo meccanismo che è difficile cambiare…

    Ricordate che molto spesso il problema è che la vostra musica non interessa a nessuno perchè scadente e mal proposta. Quelli bravi davvero in un modo o un altro riescono ad andare avanti. Ma ce ne sarà uno su diecimila con tutte carte in regola per farcela davvero…

    Certo è che se a 30 o 40 anni (o oltre) vi trovate ancora a cercare di racimolare qualche soldo dal gestore del localino di periferia o dal ristorante, probabilmente avete sbagliato mestiere…

    1. Jazzpaths Staff ha detto:

      Ciao Giulio,

      grazie per il tuo contributo, articolato e ben esposto. Concordiamo sulla questione che sollevi riguardo il presunto obbligo di pagare tutti coloro che si presentano alla porta di un locale, cosa che peraltro non viene espressa nell’articolo. Tuttavia il gestore di un locale ha la possibilità di valutare a priori la qualità di un gruppo musicale e decidere in merito alla convenienza o meno di una sua esibizione. Ma una volta che il lavoro viene concesso, perché è di questo che si tratta, è impensabile non pagare, indipendentemente dall’età, dalla bravura o dalla convenienza delle scelte di vita che una persona ha potuto fare. Il locale riceve un servizio, scelto senza nessun obbligo, e se non c’è un tornaconto sufficiente, forse è il direttore artistico che probabilmente ha scelto il mestiere sbagliato.

      I locali non sono una “agenzia o fiera di visibilità” per i gruppi. Certo la visibilità è conseguenza naturale e diretta di un’esibizione, come avviene in tanti campi. D’altra parte al giorno d’oggi un musicista ha canali ben più ampi di quelli che può offrire un locale per promuoversi gratuitamente: siamo nell’era del web, con YouTube, Soundcloud, Spotify e centinaia di altre piattaforme multimediali.

      In una serata, grazie a un gruppo musicale, il locale sta offrendo un servizio ai suoi clienti e glielo sta facendo pagare, guadagnando. Non ci pare che ci troviamo davanti al buon samaritano che viene sbranato dalla voglia di rifarsi di mediocri musicisti che lui stesso ha scelto di far entrare in casa.

      Il meccanismo che si è innescato è quindi ben diverso da quello da te descritto. È l’assenza di una regolamentazione economica insieme a diversi altri fattori descritti nell’articolo (che riguarda il comportamento e le scelte dei musicisti piuttosto che una critica ai locali) a creare una dinamica perversa: “Io ti faccio suonare, tu non pretendi nulla (o un miseria) per il tuo lavoro”.

      Se tra i musicisti ci fosse compattezza e si concordasse una paga base da richiedere per una prestazione artistica, la situazione cambierebbe radicalmente e a vantaggio di tutti: un direttore artistico potrebbe valutare se un gruppo vale o meno il minimo stabilito e decidere se farlo esibire, e per i musicisti finirebbe una continua offesa al loro lavoro e alla musica. E se dopo qualche qualche anno un gruppo dovesse vedersi sempre rifiutato un ingaggio, allora sì, è come tu dici, probabilmente avrebbero sbagliato mestiere, ma se ne renderebbero conto molto più in fretta.

  4. Sandro Vernocchi ha detto:

    Periodicamente escono proposte di ogni genere come soluzione di un fatto ormai radicato e insuperabile come quello di chi va a suonare gratis o quasi.
    Trovo che anche questo articolo e le relative risposte di “addetti ai lavori”, siano un festival dell’utopia, ma il massimo del delirio della proposta lo trovo in chi crede di risolvere il tutto nominando un “direttore artistico” che decida il compenso di un artista… Ma potete immaginare il risultato di chi va ad ascoltare … ecc., ecc.
    Non è assolutamente pensabile e, scusate, ma l’utopia è materia ingovernabile.
    Con simpatia e rispetto.
    Sandro

    1. Jazzpaths Staff ha detto:

      Ciao Sandro e grazie per il tuo contributo alla discussione. Sicuramente esistono, nel nostro paese, diverse consuetudini radicate e non sappiamo quanto queste possano essere, col tempo, cambiate. Ma l’atteggiamento di definire tutto ciò che è radicato insuperabile, magari perché non si riesce a immaginare una soluzione, è un buon passo per rafforzare i propri giudizi e non cambiare le cose.
      Ognuno di noi è libero di esprimersi, ma per giudicare utopiche delle proposte bisognerebbe almeno argomentarne il perché. Il tuo è un contributo che, ci spiace dirlo, non va da nessuna parte e sembra più uno sfogo da rassegnazione che una partecipazione alla discussione.
      La figura del direttore artistico, che spesso coincide con il gestore di un locale, è una realtà. Non è qualcuno che si nomina e nemmeno è una soluzione al problema: è colui che valuta se far esibire o meno qualcuno, è la persona a cui ci si rivolge per chiedere un ingaggio, e quello che decide se e quanto pagare e spesso, grazie alle dinamiche descritte nell’articolo, attraverso un rapporto forzatamente unidirezionale.
      La proposta da noi avanzata cerca di mettere ordine in questa situazione: stabilire una tariffa di base, minima, per suonare in un locale. E onestamente non ci sembra utopica una cosa che esiste attualmente in tutte le altre professioni.
      Tu scrivi “Ma potete immaginare il risultato di chi va ad ascoltare… ecc.” e a dire il vero non lo immaginiamo, ma saremmo felici se ci aiutassi.

  5. Alberto ha detto:

    Una soluzione interessante potrebbe essere data da un maggior rispetto e da una maggior presenza della musica nelle Scuole Statali di ogni ordine e grado. In quel contesto i ragazzi parteciperebbero a quelli che una volta venivano chiamati “saggi di fine anno”, esibendosi per parenti, amici, insegnanti e qualsiasi interessato e, ovviamente, lo farebbero gratis, ma in quel caso sarebbe giusto perché farebbe parte del loro percorso formativo. Da lì in poi chi è veramente motivato potrebbe proseguire, approfondire gli studi, certamente raggiungere anche quel valore della proposta che i gestori dei locali chiedono e a questo punto i locali non avrebbero più la responsabilità di fare esibire complessini di ragazzini certamente acerbi (che potrebbero persino rivelarsi un danno di immagine), ma avrebbero una scelta musicale più di livello, che può essere comunque confinata nel campo del dopolavoro, del secondo lavoro, dell’intrattenimento occasionale ma, comunque, andrebbe pagata.

    1. Jazzpaths Staff ha detto:

      Pienamente d’accordo Alberto. Purtroppo le istituzioni sono espressione sociale dei singoli individui (o dovrebbero esserlo) e fintanto che la percezione della musica sarà quella di passatempo e svago, difficilmente troverà il rilievo che le spetta nei programmi didattici. Al momento è più probabile che la politica favorisca l’egemonia economica musicale italiana con altri $-factor più che altro…

  6. Lino ha detto:

    Bisogna purtroppo fare i conti con la mentalità della maggior parte dei gestori di locali, che se ne fregano alla grande della bravura e della professionalità dei musicisti e mirano soltanto a spendere il meno possibile per l’intrattenimento musicale, considerandolo un fattore assolutamente secondario e comunque non strettamente necessario alla fidelizzazione della clientela… Qua dalle mie parti imperversa il karaoke. Ed è pieno di gente anche alle prime armi che si svende per poche decine di euro. E la cultura musicale va beatamente a farsi friggere. Fate voi…

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