L’Anima Fragile di Tom (Harrell)

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Tom Harrell è decisamente uno dei più stimolanti e grandiosi improvvisatori di tutti i tempi. L’encomio di maggior spessore l’ha ricevuto forse da uno dei suoi primi band leader, Phil Woods, che lo ha ripetutamente qualificato come “genio assoluto” (e Woods, sia chiaro, ha pochi pari al livello strumentale e improvvisativo).

Un genio dall’anima però fragilissima, vi è da dire, visti i disturbi psichici di cui ha sempre sofferto, che, nonostante le difficoltà relazionali che comportano, non sono mai riusciti ad impedirgli di esprimere le potenzialità musicali di cui è dotato e di calcare con successo i più prestigiosi palcoscenici di tutto il mondo.

Genio e fragilità, quindi, che emergono in tutta la loro forza ed evidenza in un’improvvisazione particolarmente riuscita ed intensa: “Tom’S Soul” (dall’Album “The Cube”, Abeat Records, 2008).

In questo brano, giocato sulla struttura armonica del noto standard “Body and Soul”, l’anima di Tom raggiunge apici di incredibile liricità, con un suono struggente che colpisce veramente al cuore. Il flicorno di Harrell inizia sornione dopo una breve intro ed è subito assolo, senza tema. Poche note, dislocate magistralmente sul tempo, a chiarire il mood del brano.

L’incipit del secondo A è da manuale, un’impennata con una nota lunga (1:11), forte e fragile allo stesso tempo, che da il via ad una serie di cellule tematiche che si ripetono in varie altezze sulla scala di riferimento.

A 1:40 una tipica frase ascendente di Harrell, che rompendo gli indugi, lo porta poi a sussurrare, in un calando dinamico, frasi ritmiche ribattute per preparare i cambi repentini di tonalità della sezione B.

A 1:58 una nota ribattuta che prosegue a voler richiamare il battito del cuore e la pulsazione estremamente swing dell’eloquio, che lo porta a ricamare delle melodie per l’intera durata della seconda parte del B, che sembrano addirittura scritte, per quanto sposano bene con l’armonia suonata da pianoforte e vibrafono.

A 2:30 una frase breve, ma melodicamente azzeccata, lo conduce alla chiusura del B. Harrell sussurra quindi la ripresa dell’A, per poi impennarsi a 2:54 e citare magistralmente “Four”, di davisiana memoria.

A 3:08 altre brevi cellule tematiche ripetute, che fanno crescere il climax fino alla frase ascendente a 3:16 che costituisce, previa magistrale discesa, il giusto preludio al finale, con una nota fragilissima ma imponente, come l’architettura costruttiva del solo, magistrale e magica al tempo stesso.

L’assolo di Harrell, limitato ad un giro solamente (AABA), costituisce un vero e proprio tema creato al momento, che è in grado, grazie al debordante genio dell’esecutore, di sostituirsi degnamente all’originale scritto da Heyman, Sour, Eyton e Green.

In questi 3 minuti e 14 secondi di musica purissima, attraverso il suono vellutato del flicorno, si riesce ad intravedere l’anima di Harrell, un’anima di un grande e al contempo fragile uomo, l’anima di un genio senza pari.

Fammi sapere se ci sono nel brano altri punti che ti ispirano e perché scrivendo nei commenti dopo l’articolo. Buon ascolto.

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