Accordo o Scala? Il misterioso termine “accordo/scala”

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Come traduttore dei testi della serie Aebersold, subito dopo la pubblicazione del Volume 1 – Jazz: Come Suonare e Improvvisare, ho iniziato a ricevere numerose email da parte dei lettori in cui mi venivano rivolte domande in merito ai contenuti dei testi. In questo articolo provo a rispondere ad una delle richieste più frequenti, una chiarificazione del termine accordo/scala.

Questo termine rappresenta quanto di meglio sono riuscito a trovare per tradurre il relativo termine inglese chord/scale largamente usato non solo nella serie Aebersold, ma in numerosi testi didattici americani.

La prima volta che lo si incontra, indubbiamente, nella testa del lettore nasce la domanda: “Ehi, un attimo, stiamo parlando di scala o accordo?”. La verità è che questo termine unisce due concetti solo apparentemente diversi. In realtà scala e accordo rappresentano le due facce di un’unica entità musicale, l’accordo/scala, appunto. Cerchiamo di chiarire meglio quanto detto con un esempio.

Consideriamo la scala maggiore di C, sette note separate tra loro da una precisa struttura intervallare:

Scala maggiore di C
Scala maggiore di C

Come sappiamo, l’accordo di C maggiore può essere ricavato da questa scala partendo dalla sua fondamentale e alternando la scelta delle note per la sua costruzione: una sì e una no, la prima la prendiamo, la successiva la saltiamo, fino al completamento della costruzione. Per la triade di C maggiore il procedimento è rappresentato in figura:

Triade di C e Scala di C maggiore
Costruzione della Triade di C dalla scala maggiore

Analogamente, per l’accordo di C maggiore settima (quattro note), avremo qualcosa del genere:

Accordo di CMaj7 e Scala maggiore di C
Costruzione dell’accordo di CMaj7 dalla scala maggiore di C

Triade e accordo di settima sono solo due rappresentazioni limitate di un accordo completo, cosa accade se continuiamo ad aggiungere note alternandole lungo la scala fino ad averle  esaurite tutte? In altre parole ci chiediamo cosa accade aggiungendo all’accordo di settima le sue estensioni (nona, undicesima e tredicesima), vediamolo nella figura a seguire:

Accordo Completo di C maggiore in relazione alla scala maggiore di C
Costruzione dell’accordo completo di C maggiore (1, 3, 5, 7, 9, 11 e 13)

Credo non ci sia bisogno di ulteriori commenti, osservando la figura appare evidente che l’accordo completo di C maggiore è, di fatto, la scala di C maggiore con un diverso ordine delle sue note. Da questo punto di vista accordo e scala sono la stessa e identica cosa, ed è proprio questo fatto a giustificare l’uso del termine accordo/scala quando in un discorso non ci si voglia riferire specificamente all’uno o all’altro aspetto.

Spero di aver chiarito un po’ meglio la questione sul mistero dell’accordo/scala. Naturalmente per ulteriori domande, chiarimenti o contributi potete scrivere liberamente utilizzando il sistema di commenti che trovate alla fine dell’articolo.

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2 Commenti

  1. Leo Ravera ha detto:

    Ciao Alessandro, mi rallegro che stiate recuperando preziosi articoli che sono la storia di questo blog. E’ tanto faticoso scrivere e tenere in ordine un sito come questo, e la perdita di dati è una vera calamità!

    Sull’argomento in questione, mi permetto di aggiungere che la didattica americana, con il suo intento di semplificare e schematizzare sempre tutto, a volte produce anche qualche danno. Scale e accordi sono spesso implicitamente contenuti gli uni negli altri, ma non sempre in modo paritario e riducibile al concetto di chord/scale.

    Il tuo articolo tuttavia è utile almeno per chiarire cosa vuol dire questo termine, poi ognuno col tempo si farà una sua idea su un approccio didattico più o meno sintetico e semplicistico. Ciao a presto

    1. Alessandro Rubino ha detto:

      Ciao Leo,

      grazie per il tuo commento. Come tu dici, l’articolo riguarda un chiarimento circa l’uso del termine chord/scale ed ho cercato in poche righe di fornirne uno che abbia una certa coerenza. Non ho ben capito invece il contesto cui ti riferisci quando parli di scale e accordi, la cosa mi incuriosisce e mi piacerebbe che tu approfondissi il concetto.

      In merito agli americani e alle semplificazioni, credo che l’entità di un danno o la bontà di una semplificazione siano strettamente collegati all’indirizzo per cui questa si crea. Se un bimbo di due anni mi chiedesse cos’è la pioggia, probabilmente gli risponderei che è una grande doccia per gli animali sulla terra (uomini compresi in qualche caso), ma se la stessa domanda mi venisse rivolta da un adolescente interessato alla scienza, cercherei di spiegarmi (ammesso che ci riuscissi) in termini più scientifici ed entro un paradigma.

      Per noi europei, così abituati alle teorie e alle strutture, alcune semplificazioni americane appaiono inaccettabili, perfino comiche, ma non bisogna scordare che l’impronta didattica americana è tesa al fare più che alla speculazione, e spesso è in quest’ottica che si adottano delle semplificazioni. Sicuramente, con le semplificazioni (ma poi rispetto a quale verità, direi) si arriva fino ad un certo livello rispetto a teorie più generali. Ma se fosse quello il livello necessario per lo scopo, non avrebbero fallito.

      Non pensi ci sia una relazione diretta tra la creatività musicale statunitense e l’accento didattico pragmatico da loro adottato? Oppure tra l’Italia e il Festival di Sanremo?

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